IL SENTIMENTO EUROPEO

Italia, 25 marzo 1957: gli esponenti di sei stati europei (Italia, Francia, Germania Ovest, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo) firmano i Trattati di Roma che fissarono le basi per un’unione economica europea. I trattati di
Parigi avevano diviso il mondo in due sfere d’influenza (statunitense e sovietica) e i principali esponenti degli stati europei avevano capito l’importanza di creare un’alternativa: portare tramite il famoso “processo
d’integrazione europeo” (iniziato con la CECA) ad un’unione politica forte ed importante sullo scacchiere internazionale. Il punto di riferimento erano gli Stati Uniti d’America: stati con lingue, culture e società differenti avevano unito le forze per cacciare un nemico più potente, l’Impero Britannico, fino a diventare la potenza più grande che il mondo abbia mai conosciuto.
Questo processo risulta, però, lento e pieno di ostacoli; infatti l’unione politica, gli Stati Uniti d’Europa, non esistono e le cause che ho individuato sono principalmente tre:

  1. la mancanza di un pericolo incombente. Le 13 colonie, nonostante fossero estremamente più divise sul piano culturale rispetto agli stati europei di oggi, trovarono un punto di contatto: fare “comunella” contro i britannici, una strada che piaceva molto ad Altiero Spinelli, federalista europeo il quale pensava che la base dell’Unione dovesse essere quella militare, in vista di un’eventuale guerra con l’URSS. Il progetto fallì a causa della morte di Stalin visto che il suo successore, Nikita Sergeevič Chruščëv, non era ritenuto dalle potenze europee altrettanto pericoloso;
  2. i vantaggi ottenuti in virtù dei traguardi attualmente raggiunti (libera circolazione di merci e persone, unione monetaria…) sono difficilmente tangibili per il cittadino medio, il quale non prova quindi un sentimento di appartenenza;
  3. non avendo l’Unione Europea un potere politico diretto, il cittadino sente lontane le istituzioni.

Come influenzano questi tre punti il giudizio dei
cittadini europei?

Di seguito alcune risposte:

Matteo, studente e cittadino italiano:

«La risposta è sì, ma non è un “sì” convinto. Credo negli ideali dell’Unione Europea e penso che insieme si è più forti, ma allo stesso tempo non mi sento europeo come mi sento italiano. Vorrei che le istituzioni europee fossero più vicine ed importanti, altrimenti questa cosa non cambierà mai.»

Dominik, studente universitario e cittadino polacco:

«Non proprio. In Polonia si parla tanto di un’eventuale uscita dall’Europa. Conosciamo i vantaggi: l’Unione ci dà soldi e ci tiene lontani dall’influenza russa (in Polonia ci ricordiamo bene cosa significhi essere dominati dai russi…). Conosciamo però anche gli svantaggi: un polacco è culturalmente diverso da un italiano. Voi siete pieni d’energia, saltate ovunque e urlate anche a tarda notte, – indica il mio gruppo di viaggio- noi polacchi no.»

Dominik non ha dato una risposta chiara, non sempre è facile. Ci tengo però a fornire qualche dettaglio in più di quell’incontro: ho conosciuto Dominik a Cracovia, mentre lavorava in un chioschetto. Stava guardando la partita di ritorno di Champions League tra Juventus e Atletico Madrid. Lui è un grandissimo tifoso dei bianconeri. Abbiamo iniziato a parlare e, tra i vari argomenti di discussione, è emerso quello della domanda sopra. Dopo avermi fatto un discorso sulle differenze evidenti tra un polacco e un italiano, ha terminato il suo turno di lavoro uscendo dal suo baracchino e sfoggiando il dito medio in direzione di un suo amico mentre gli urlava ingiurie che evito di tradurre. Questo fatto mi ha causato non poche risate; non tanto per la volgarità in sé, ma perché aveva appena finito di dire che SOLO gli italiani sono così attivi a quell’ora della notte e SOLO gli italiani schiamazzano in quel modo. «Fatelo parlare italiano e non troverete
differenze» ho detto in quel momento ai miei compagni di viaggio.
Un altro particolare che mi ha sorpreso è stata una sua domanda: «Ma è vero che se guardi male un italiano, quello ti picchia?». Quando gli ho spiegato che è lo stesso stereotipo che hanno gli italiani nei confronti dei polacchi, generato dall’ignoranza e dalla xenofobia, è rimasto sorpreso quanto me.

Vanessa, operaia e cittadina tedesca:

«Sì, mi sento cittadina europea. L’Unione Europea è l’unica alternativa valida ad un’Europa schiava di Stati Uniti, Russia e Cina. Divisi, come siamo ora, siamo riusciti ad insegnare al mondo che cos’è la pace, immagina cosa potremmo fare uniti.»

Beverly, studentessa italiana:

«Sì, mi sento europea. Sono nata in Europa e ho dei parenti che vivono in altri paesi europei; con loro trovo sì delle differenze, per esempio nella lingua e nella cultura gastronomica, ma anche delle somiglianze, negli svaghi e nei percorsi di studio e di lavoro. Nonostante ciò, mi sento più italiana che europea: non sento l’UE vicina come l’Italia, forse anche per il fatto che a scuola studiamo principalmente le istituzioni italiane, mentre quelle europee vengono ignorate.»

Analizzando le risposte possiamo notare che tutti gli intervistati, in un modo o nell’altro, si sentono europei. Chi politicamente, chi per identità nazionale, chi per le comuni origini culturali e chi per i vantaggi che offre tale condizione. Interessante notare come i fattori che fanno vacillare questo sentimento europeo siano sempre riconducibili ai tre che ho citato all’inizio dell’articolo.

Qual è dunque la strada che devono prendere l’Unione Europea e gli Stati membri?

L’errore principale della classe dirigente e politica europea è stato quello di dare per scontato che il popolo si potesse conquistare con i risultati economici portati dall’UE. Condizione necessaria, ma non sufficiente: bisogna proseguire con il processo d’integrazione che è la priorità assoluta. Le tre ragioni sopra descritte e le parole degli stessi cittadini potrebbero essere un buon punto di partenza.

  • Chiesa Stefano, Il Marconista